L’ansia

L’ansia è molto diffusa;  costituisce una delle caratteristiche fondamentali del nostro tempo, accompagna costantemente la vita dell’uomo moderno scandita da ritmi sempre più veloci e pressanti. Il significato della parola “ansia”, che deriva dal latino “angere”, cioè stringere, equivale a oppressione, senso di chiusura alla gola, che sono i sintomi lamentati in genere dall’ansioso, assieme a costrizione, tensione muscolare, incapacità a rilassarsi, difficoltà di concentrazione, affaticabilità, irritabilità, insonnia.

L’ansia è una condizione che comporta uno stato di attivazione dell’organismo, che si pone in uno stato di allerta quando una situazione interna o esterna  viene percepita come pericolosa.

L’ansia è un’emozione naturale di per sé utile all’adattamento. Basti pensare che, senza ansia e paura, l’uomo non sarebbe sopravvissuto e non sopravvivrebbe ai pericoli. Senza ricorrere ad esempi così estremi, si pensi all’ansia quale alleata nel momento in cui bisogna affrontare una prova, un esame, una situazione in cui è necessaria una notevole dose di attenzione e concentrazione. Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico, in una parola, può diventare patologica.

Dal punto di vista fisiologico, l’ansia si presenta attraverso un’attivazione neurovegetativa che riguarda il sistema limbico, la corteccia frontale orbitale, i nuclei vegetativi del tronco dell’encefalo e il SNA (simpatico e parasimpatico). In generale si può definire l’ansia come la conseguenza della sottostima delle proprie capacità di gestione di un evento  interno o esterno e da una sovrastima della difficoltà dell’evento stesso.
Solitamente viene prodotta dall’elaborazione, sia conscia che inconscia, di stimoli interni o esterni e definita come un sentimento penoso di pericolo imminente, più o meno definito da parte del soggetto. L’ansia può essere anche  espressione di un conflitto interno che va indagato per poi essere rielaborato: essa può rappresentare un segnale in risposta al quale l’Io mette in atto delle difese per impedire che pensieri e sentimenti inaccettabili giungano alla consapevolezza..

In ciascun individuo è presente un certo stato di ansietà:  l’ansia difatti può essere sana o patologica a seconda dell’uso che ne facciamo e del modo in cui la viviamo. Un  basso livello d’ansia detto anche ansia normale ( strutturante) è una risorsa: genera un aumento della velocità associativa e di apprendimento; migliora la capacità di formare giudizi validi sulla realtà e diminuisce i tempi di reazione agli stimoli esterni. Tutte queste reazioni positive producono un miglioramento della performance.
 L’ansia diventa patologica  quando supera una certa soglia  e le conseguenze sono opposte: si prova un eccessivo disagio  e paura di fronte a un compito,  l’apprendimento diventa difficoltoso o impossibile, si verifica un rallentamento della velocità associativa e un restringimento del campo della coscienza; anche il rapporto e la comunicazione tra soggetto ansioso e mondo esterno viene meno.
Tutti questi elementi producono uno scadimento della performance e conducono all’individuazione della patologia.
In questo caso l’individuo non è in grado di concretizzare e riconoscere il pericolo da cui si sente minacciato e, di fronte alla minaccia che percepisce come immediata, vive in una condizione di debolezza e di impotenza e un continuo stato d’apprensione. A volte si precisa meglio il motivo della sensazione di paura: paura della morte, paura dell’avvenire o del passato, che non trovano tuttavia giustificazione nella realtà.
In generale l’ansia arriva per segnalarci che ci stiamo attaccando alla superficialità delle cose, perdendo cosi la nostra centralità. In tal senso, può diventare un segnale d’allarme che non va trascurato perché dietro l’ansia sta nascosta la vita. L’ansia non è uno stato da temere: anche quando si impadronisce di noi, e ci toglie le forze, abbatte le certezze: è la voce più sincera della nostra energia vitale, che ci dice con semplicità  che qualcosa non va bene per  noi. Da un lato, il disagio ci comunica che siamo fuori rotta, dall’altro ci dice che una parte nuova di noi sta cercando di venire alla luce. Avere paura dell’ansia significa temere se stessi e ostacolare la nascita di un modo d’essere che reclama di uscire. L’ansia è dunque la misura della resistenza che opponiamo a noi stessi e alla vita . Se lasciata libera di fluire,  la forza costretta che affiora nell’ansia può diventare amica, indirizzandoci al cambiamento, alla trasformazione, alla realizzazione di ciò che siamo nel profondo.

Ansia_nella_testa_Erica_Di-LeoneIl DSM-IV(Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) classifica e descrive i seguenti disturbi d’ansia:
- Attacco di Panico;
- Agorafobia;
- Fobia Specifica;
- Fobia Sociale;
- Disturbo Ossessivo Compulsivo;
- Disturbo Post-Traumatico da Stress;
- Disturbo Acuto da Stress;
- Disturbo d’Ansia Generalizzato.

 

COME SI MANIFESTA L’ANSIA

L’ansia comporta irrequietezza, difficoltà a concentrarsi, irritabilità e tensione muscolare dovuta ad una preoccupazione attesa eccessiva che l’individuo non riesce a controllare.
I sintomi che più frequentemente i pazienti riportano sono:

  • nervosismo o agitazione interna, tremori, paure improvvise senza ragioni, palpitazioni, il sentirsi teso o sulle spine, momenti di terrore o di panico, senso di irrequietezza e impossibilità a stare fermi.
  • Le persone con un alto livello d’ansia hanno la sensazione di essere costrette a portare a termine ciò che hanno iniziato e che le cose più comuni siano estranee o irreali.
  • L’ansia fobica possiamo definirla come un eccessivo timore nei confronti di un luogo, una persona, una situazione, un oggetto irrazionale o sproporzionato allo stimolo, che conduce a stati di isolamento o fuga.

I sintomi presenti sono:

  • paura degli spazi aperti e delle strade, paura di uscire da solo, paura di viaggiare in autobus, nelle metropolitane o in treno.
  • Nasce la necessità di evitare certi luoghi o attività perché spaventano, si sente un forte disagio tra la folla ,come nei negozi e al cinema.

Di seguito i sintomi caratteristici dell’ansia.
Sintomi psichici:

  • Stato d’animo ansioso (,preoccupazione previsioni pessimistiche, paura del futuro, irritabilità)
  • Tensione (senso di tensione, sensazione di irrequietudine, incapacità a rilassarsi)
  • Paure (del buio,degli estranei,di essere lasciati soli)
  • Insonnia (difficoltà ad addormentarsi,sonno interrotto,sonno non riposante e senso di stanchezza al risveglio, sogni incubi,terrore notturno.
  • Difficoltà di concentrarsi e riduzione della memoria

Sintomi somatici:

  • Tensione motoria (tremori, sensazioni di instabilità, tensione muscolare, dolore, irrequietezza motoria,facile affaticamento.
  • Iperattività del sistema nervoso autonomo ( dispnea, palpitazione o tachicardia, sudorazione delle mani o mani fredde e umide,secchezza delle fauci, vertigini o sensazione di testa vuota, nausea, diarrea o altri disturbi addominali, vampate di calore o brividi, minzione frequente, difficoltà a deglutire o sensazione di nodo alla gola.
  • Vigilanza ed attenzione (sentirsi sovraeccitati con i nervi a fior di pelle,riflesso di trasalimento esagerato, difficoltà di concentrazione o sensazione di testa vuota, irritabilità, insonnia.

TRATTAMENTO DELL’ANSIA IN BIOENERGETICA

Secondo la Bioenergetica di fronte a situazioni difficili o imprevedibili l’uomo sviluppa una difesa sia fisica che mentale dietro la quale la personalità si nasconde per proteggere l’individuo.
Questa corazza tende a rinforzarsi e ad evolversi seguendo lo sviluppo dell’individuo, garantisce un equilibrio psichico proteggendolo da quei traumi che non sono stati rimossi e riducendo l’ansia e la paura apparente.
Rappresenta un meccanismo di protezione, la sintesi delle difese che un individuo oppone alle provocazioni del mondo. (Reich W.,1973 )
Secondo Lowen l’ansia nevrotica nasce da un conflitto interno fra un movimento energetico nel corpo e un controllo o blocco inconscio eretto a limitare o arrestare tale movimento.
I blocchi sono le tensioni muscolari croniche che compaiono soprattutto nella muscolatura striata o volontaria che normalmente è soggetta al controllo dell’io.
Quando la tensione presente in un gruppo di muscoli diventa cronica il controllo cosciente dell’io viene a mancare perché è diventato esso stesso inconscio( assumendo il valore di difesa) e l’io non ha più autorità.
Funziona come un’entità indipendente all’interno della personalità e acquista potere in proporzione diretta all’ammontare delle tensioni croniche del corpo.
Le difese psichiche e somatiche (le tensioni muscolari croniche) hanno la funzione di proteggere la persona dai sentimenti repressi che non osa esprimere.
Queste tensioni muscolari, localizzate alla gola, al collo, al petto, al diaframma e alla vita possono ostacolare notevolmente la respirazione e, se diventano croniche, creano una predisposizione all’ansia.
C’è una connessione molto stretta tra difficoltà respiratorie e ansia: qualsiasi blocco al processo respiratorio produce lo stato di ansia.

LA NATURA DELL’ANSIA

Carica e scarica
Lowen in Bioenergetica analizza la natura dell’ansia partendo dal principio di carica e scarica e dagli organi interessati.
I principali organi della testa sono il cervello, i recettori sensoriali, il naso e la bocca.
Ad eccezione del cervello le funzioni principali di questa parte del corpo sono di tipo ricettivo.
L’ossigeno, il cibo e gli stimoli sensoriali entrano attraverso il capo, le funzioni del basso addome e delle pelvi sono quelle di emissione ossia di evacuazione e di scarica sessuale.
Anche le gambe in bioenergetica vengono considerate organi di scarica in quanto spostano e sorreggono l’organismo.
Questa polarità delle funzioni corporee sta alla base: il capo è collegato a processi che portano ad un aumento della carica di energia o all’eccitamento, mentre la parte terminale del tronco comprende processi che portano alla scarica energetica.
La conservazione della vita dipende non solo da un apporto costante di energia quali cibo, ossigeno, stimoli ma anche dalla scarica di una quantità equivalente della stessa.
Quando il livello di scarica è inadeguato il primo risultato è la produzione di ansia.
Nelle tecniche terapeutiche volte a mobilitare l’energia può accadere che, in conseguenza della respirazione più profonda, l’energia o l’eccitazione dell’organismo cresca e l’individuo non riesca a scaricarla in una manifestazione emotiva a causa di una inibizione dell’autoespressione.
Il soggetto diventa nervoso e si sente a disagio, questo stato scompare non appena riesce a scaricarsi efficacemente nel pianto o nella collera.
Di fronte all’impossibilità di scaricare in uno di questi due modi il soggetto deve limitare la respirazione.
Per la maggior parte degli individui l’ansia è una condizione temporanea prodotta da una situazione che eccita il corpo oltre il normale. Tutti tendono a rimanere in uno stato di relativo equilibrio energetico, purtroppo il livello energetico di questo stato è piuttosto basso per cui molti lamentano uno stato cronico di stanchezza e affaticamento.
Aumentando l’energia si rischia di provocare un’ansia che l’individuo medio non può tollerare senza un appoggio terapeutico.
Il supporto terapeutico viene fornito sotto forma di aiuto a comprendere l’ansia e a scaricare l’eccitazione mediante l’espressione dei sentimenti.
L’organismo inoltre deve aprirsi e tendere la mano verso l’esterno per ottenere e prendere ciò di cui ha bisogno.

 

CONCLUSIONI

I blocchi nella gola e nelle mascelle ci impediscono di piangere o di gridare; ma ci impediscono anche di cantare o di gridare di gioia.
I blocchi nelle spalle o nelle braccia frenano non soltanto il nostro desiderio di aggredire e di colpire, ma anche il nostro desiderio di abbracciare.
I blocchi nella vita ci impediscono di piangere e gridare, altrettanto bene di quanto ci limitano il respirare e il sospirare.
Il paziente grazie al lavoro sul corpo potrà ammorbidire le tensioni e rivivere il desiderio di essere accettato ed amato e anche la tristezza di avere desiderato, talvolta invano.
Essendo ben radicato ed avendo un corpo pieno di energia potrà vivere nella realtà adulta sentendosi in grado di abbandonare l’illusione di voler recuperare quanto perso da bambino.
Lo scopo della terapia è quello di far sentire al paziente il suo corpo come vivo, capace di sperimentare pienamente i piaceri e i dolori, le gioie e le sofferenze della vita.
L’analisi dei conflitti rimossi, la liberazione delle emozioni represse e lo scioglimento delle tensioni dei blocchi muscolari cronici hanno lo scopo di aumentare la capacità di provare piacere.
L’unico modo di acquistare armonia è di aumentare la motilità del corpo per poi fonderla con l’auto consapevolezza e ottenere un elevato grado di padronanza con se stessi.

 

TRATTAMENTO DELL’ANSIA CON IL TRAINING AUTOGENO

Dal narcisismo al recupero del senso di sé

Il narcisista nel linguaggio comune è una persona che si preoccupa solo di se stessa.
Secondo lo psicoanalista Otto Kernberg: “I narcisisti presentano varie combinazioni di intensa ambizione, fantasie grandiose, sentimenti di inferiorità ed eccessiva dipendenza dall’ammirazione e approvazione altrui”. Sono anche tipici l’incertezza cronica e l’insoddisfazione di sé; la crudeltà e lo sfruttamento conscio o inconscio, nei confronti degli altri.

Ciò accade perché i narcisisti non sono più in grado di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi sino effettivamente: pertanto si identificano con la loro immagine idealizzata perdendo di vista l’immagine reale di sé.

Il senso di sé deriva dalla percezione del corpo, delle emozioni, dei sentimenti, ma il narcisista considera il corpo come una strumento soggetto alla volontà: anche se il corpo può essere uno strumento efficiente, funzionare come una macchina, manca però di vita perchè i narcisisti negano i sentimenti, le emozioni che provengono dal corpo. Pertanto l’immagine grandiosa, idealizzata ha preso il posto al senso di sé. L’assenza dei sentimenti causa un senso di vuoto e spiega la predisposizione del narcisista alla depressione. Si difende da tali aspetti depressivi, concentrando tutti gli sforzi nell’ostentare una grande sicurezza, un senso di superiorità e di dignità esagerata. Tutti gli sforzi verso l’immagine allontana il narcisista dalla sua realtà, dal suo sé corporeo che diventa sempre più vuoto e più debole. Le azioni sono dettate dalla volontà e non dal senso di sé. C’è un divario pertanto tra l’immagine di se stesso e la realtà del sé. Se misura dell’equilibrio mentale è la corrispondenza tra l’immagine dell’io e la realtà del sé e del corpo, è possibile ipotizzare un grado di squilibrio in ogni forma di disturbo narcisistico. In una persona sana l’immagine di sé e l’esperienza diretta di sé coincide. Tale stato presuppone l’accettazione e l’identificazione con il corpo e le sue sensazioni. L’accettazione di sé manca ai narcisisti perché si sono dissociati dal corpo e la loro energia è investita nell’immagine.

L’eccessiva importanza attribuita all’immagine è indizio della tendenza narcisistica della nostra cultura. L’attuale attenzione al corpo riflette questo atteggiamento narcisistico. E’ molto importante prendersi cura del proprio corpo e intraprendere qualche attività fisica che ne aumenti la vitalità, ma purtroppo, per molti il fine è quello di apparire (e non di sentirsi) in forma, in accordo con l’ideale della moda; si cerca un corpo magro , compatto e forte, in grado di muoversi su comando della volontà con l’efficienza di una macchina, oppure un corpo statuario. Un esempio limite è quello del body building che,se praticato in modo eccessivo, produce muscoli ipersviluppati e massicci: tale muscolatura fa apparire forti ma riduce la spontaneità, limita la vitalità del corpo e riduce la respirazione. Il benessere del corpo si esprime invece nella brillantezza degli occhi, nel colorito del viso della pelle, in un’espressione del viso serena e piacevole e in un corpo che è vitale, aggraziato nei movimenti..

Chi non si sente bene nel proprio corpo può solo proiettare l’immagine di quello che ritiene essere un bell’aspetto fisico. Ma più si concentra sull’immagine esteriore e più vengono a mancare sensazioni e sentimenti piacevoli. Mancando la forza che deriva dalle emozioni e dai sentimenti, il narcisista ha bisogno di potere e lo cerca per compensare tale deficienza. Accanto al potere controlla i sentimenti che lo rende vulnerabile (tristezza, paura) e le situazioni in cui altri possono avere il controllo. Il potere e il controllo servono per non sentirsi vulnerabili, incapaci e umiliati. Però il potere non serve a superare la propria inferiorità, tristezza e paura ma solo a negare questi sentimenti: il potere accresce il narcisismo e aumenta l’insicurezza di fondo.

E’ importante che si recuperi il contatto con se stessi , con le emozioni, che si veda la realtà del proprio essere e si stabilisca un contatto con il proprio sé corporeo. Una terapia corporea come la bioenergetica, il contatto dell’individuo con il proprio sé corporeo è ottenuto attraverso un lavoro diretto sul corpo tramite un lavoro sulla respirazione per togliere la rigidità al corpo ed esercizi che hanno lo scopo di far sentire al paziente quelle aree del corpo in cui le tensioni croniche dei muscoli bloccano la consapevolezza e l’espressione delle emozioni. I narcisisti, come tutti i nevrotici, utilizzano il meccanismo di anestetizzare alcuni parti del corpo per esprimere i sentimenti: rilassando le tensioni muscolari croniche dei muscoli che bloccano i sentimenti e facendo affiorare i ricordi repressi si recupera il proprio sé.
BIBLIOGRAFIA

Lowen A. – “Il narcisismo” – Edizione Feltrinelli, 1992

Sentirsi in colpa o vivere emozionati

“Generalmente ci si sente in colpa quando si diventa consapevoli che si è infranta una regola o violato il proprio standard di credenze, o per non essersi assunti delle responsabilità.”

(Anna Oliviero Ferraris)

La maggior parte di noi ha subito durante la propria infanzia delle azioni di repressione da parte dei genitori nei confronti della propria emotività.

Ma oltre a questo tipo di senso di colpa razionale, c’è anche un senso di colpa emotivo, che è un processo inconscio.

La maggior parte di noi ha subito durante la propria infanzia delle azioni di repressione da parte dei genitori nei confronti della propria emotività, tramite messaggi di questo genere: “ Tu non puoi”, “Tu non devi”,spesso legati al gioco ( non correre, non sudare) o al piacere(non toccarti i genitali), o alla espressione di emozioni ( non piangere, non gridare). Ciò provoca nel bambino un’associazione tra una propria azione attiva o un qualunque movimento emozionale e il senso di colpa. Succede che , visto che per il bambino i genitori rappresentano il mondo intero, generalizza a tutti gli altri la propria negatività da cui si deve difendere: così il ragazzo e poi l’adulto finiscono per associare una sensazione di colpa a tutte le situazioni in cui si ha la possibilità di affermare se stessi, il piacere, la vitalità e la gioia di vivere. Nell’impossibilità di esprimere i propri sentimenti di odio, il bambino finisce mediante il meccanismo dell’inibizione dell’azione per produrre pensieri distruttivi, che sono indirizzati verso i genitori ma riversati poi su se stessi per una forma di autopunizione :“ Se i miei genitori non mi hanno amato o non mi hanno rispettato è colpa mia, perchè evidentemente non meritavo il loro amore”. Si nutrono pertanto di emozioni parassite, a discapito di quelle espressive.

LE PRINCIPALI EMOZIONI

EMOZIONI PARASSITE, VASOCOSTRITTRICI EMOZIONI ESPRESSIVE, VASODILATATRICI
paura curiosità
depressione tristezza
colpa dolore
diffidenza intolleranza
orgoglio amore
impotenza rabbia
noia appagamento
confusione esaltazione
anticipazione gioia
perplessità ricettività

Anche da adulto la persona invece di assumersi la vera consapevolezza di essere cresciuta e di essere in grado di affrontare l’antico dolore, si vede ancora come quel bambino fragile e impotente che ha subito un sopruso : pertanto da una parte, attraverso delle proiezioni vede gli altri come i propri genitori , e va alla ricerca nel mondo di quell’autorità che nega l’esistenza, in modo da legittimare il suo vittimismo e dall’altra va alla ricerca di quella persona che lo salverà mantenendo l’illusione di poter riavere l’antico amore e rispetto emozionale sempre mancato da parte dei genitori. Oppure sceglierà situazioni e persone in cui il piacere sarà mescolata alla sofferenza ( come lo era da bambino).Oppure accadrà che persone che sono cresciute in un ambiente familiare che proibiva o temeva la rabbia impedendo l’affermazione di sé , diventano adulti che si auto sabotano, nel senso che hanno paura di vincere e di affermarsi nella vita. Infine può succedere che attaccherà il proprio corpo tramite malattie psicosomatiche per dimostrare di star male e di aver bisogno di cure e attenzioni.

Il risultato sarà sempre uguale: la punizione dell’intera personalità.

Tale processo si svolge inconsciamente. Non è facile superare il senso di vittimismo perché si vive in una società che distrugge l’emozione a favore della ragione, della volontà e dell’immagine . Cosi si rimane vittime a vita, egocentrici per apatia e immobili per comodità: più manca la verità interiore e più si getta fango sugli altri, non si vede e non si accetta la propria distruttività ma si sente solo un malessere che si allieva aggredendo l’altro

Il primo passo per smettere di autopunirsi sta nel prendere consapevolezza profonda di essere degli adulti, che non devono più ripetere i meccanismi di una volta per vivere, poiché essendo adulti sono forti per reggere , auto sostenersi e affrontare quel dolore originario che per un bambino è intollerabile e minaccia la sua sopravvivenza.

Si deve riconoscere che anche se inconsciamente siamo noi responsabili del proprio malessere: riconoscere che dentro di noi c’è un bambino vittima che scalcia e che è nostro compito tramite il nostro io maturo e responsabile rassicurarlo e aiutarlo a venire in maniera gioiosa e vitale.

Il secondo passo consiste nel sviluppare un senso di accettazione e di amore per se stessi ,sciogliendo quel risentimento che ci tiene bloccati al passato. Tale risentimento è presente nel corpo: la schiena bloccata è spesso presente in persone che sono bloccate nel loro risentimento , ma non ne sono consapevoli e bloccano così l’espressione della rabbia; il collo rigido è spesso associato ad orgoglio.

Il perdono è un’esperienza emotiva che si vive solo dopo che sono state vissute delle esperienze emozionali represse e sono stati sciolti i blocchi muscolari a loro associati. Per Lowen nelle tensioni muscolari risiedono le emozioni represse: per questo sciogliendo le tensioni e le rigidità muscolari si permetterà ai sentimenti e alle emozioni di esprimersi liberamente.

Esprimere le proprie emozioni rende le persone più libere, più aperte e più proiettate verso il benessere. Il difendersi con le proprie modalità infantili o rimuovere le emozioni fa talmente male che conduce verso la malattia.

Emozionarsi fa bene!

BIBLIOGRAFIA

  • Anna Oliviero Ferraris – “I colori della colpa” – Riv. Psicologia Contemporanea n.111, Giunti, 1992.
  • Raffaele Ponticelli -  “Emozionarsi fa bene” – Xenia Edizioni, 2005.

Paura di essere se stessi: perchè è tanto diffusa?

Perché vogliamo sentirci più vivi e sentire di più ma ne abbiamo paura?

Perché sentirci significa mettersi in contatto con le proprie paure, debolezze, angosce, ansie, tristezza. Ci si vuole aprire ma si ha paura di non essere accettati, di non essere amati, di sentirsi inadeguati e ciò costringe a nascondere i veri sentimenti e ad adattarsi a ciò che gli altri si aspettano da noi. Per paura di essere se stessi l’uomo di oggi reprime le sue sensazioni:

  • usa la volontà per superare le proprie debolezze, le paure;
  • si affaccenda per non sentire se stesso;
  • usa droghe o alcool per non percepire il proprio essere;
  • supera la paura reprimendo le sensazioni;
  • cerca la propria identità o con il lavoro o l’esercizio fisico: adatta il corpo all’immagine che desidera creare, gonfia il petto o tira indietro le spalle per sentirsi più virile;
  • segue il mito della nostra società che è fare di più e sentire di meno ed essere una persona calma, che agisce senza emozionarsi;
  • acquista libri su come migliorare se stesso o su come fare certe cose (tali libri sono destinati a fallire perché essere una persona non è fare qualcosa ma prendersi il tempo per sentire e respirare);
  • persegue come valori il successo (inteso come ricchezze) e il potere (inteso come fare) a scapito però di un impoverimento della vita interiore;
  • interpreta un ruolo e si nasconde dietro a una facciata perché crede che il suo io autentico non possa essere accettato: non riesce poi ad abbandonare tale maschera perché  è diventata una seconda natura e ha dimenticato la sua vera natura.

Ecco descritto il conflitto dell’uomo moderno: la parte razionale di sé lotta contro la sua parte emotiva e cerca di controllare le emozioni, di sottomettere il corpo e di superare ansie e angosce. Usa la volontà per superare gli ostacoli interni  che bloccano la realizzazione dei propri ideali. Tale conflitto esaurisce le energie della persona e distrugge la sua pace mentale perché lotta tra quello che è e quello che crede di essere.

Non si può vincere la lotta perché non si può lottare contro una parte di se stessi: reprimere una sensazione non provoca la sua scomparsa ma la spinge più in profondità. Reprimendo le proprie sensazioni o si diventa fobici perché ci si ritira e si rinuncia ad affermare se stessi per paura di un rifiuto o  si diventa aggressivi per nascondere le  proprie paure. Ma se ci ritiriamo in se stessi o aggrediamo gli altri saranno i nostri corpi a manifestare le proprie paure attraverso atteggiamenti di chiusura e di rigidità.

La lotta termina quando si accetta di essere quello che si è. Per essere una persona si deve imparare a lasciare il flusso delle sensazioni e darci il tempo per respirare e sentire. Ogni sensazione è percezione di sé: negare o reprimere una sensazione limita e indebolisce il sé. L’essere si identifica con le sensazioni, il fare invece non implica né determinate sensazioni anzi può inibirlo o bloccarlo: “il fare è come mettersi un vestito che può adornare il corpo ma non può sostituirlo” (Lowen, 1980). L’essere richiede tempo per sentire e per respirare: per essere persona non è importante ciò che si fa, ma come si fa prestando attenzione al processo e non solo al risultato.

BIBLIOGRAFIA

  • Lowen A. – “Paura di vivere” – Edizione Astrolabio, 1980.

Autore: Dott.ssa Erica Di Leone - Psicologo (Psicologa), Psicoterapeuta